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Avvocate in salita

// Lorena Palanga //
Lo studio del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bolzano svela ancora troppe disuguaglianze nella professione forense
Silvia Basile © Andrea Carlet
“Se il mercato è redditizio e non sovraffollato, perché il numero delle avvocate cala?”: da questa domanda è nato lo studio “Dis-Pari opportunità nell’avvocatura?”, promosso dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bolzano e curato da Letizia Caporusso e Anna Ress dell’Università di Trento. La ricerca, condotta nella primavera 2024 su oltre 330 professionisti e professioniste del foro bolzanino, ha fotografato una realtà complessa, dove le differenze di genere restano ancora marcate.

Redditi e carriere: la forbice si allarga
Nonostante le donne siano ormai la maggioranza tra i giovani praticanti, le avvocate continuano a guadagnare meno e a fare più fatica a fare carriera. Solo una su dieci supera gli 85mila euro annui, contro quasi due uomini su dieci. All’estremo opposto, una su cinque dichiara meno di 15mila euro l’anno, una quota doppia rispetto ai colleghi.
Le differenze non si fermano ai numeri: le donne lavorano più spesso per clienti privati e si occupano di diritto di famiglia o successioni, settori meno remunerativi. Gli uomini, invece, dominano il diritto societario e commerciale, dove i compensi sono più alti.

Maternità e carichi di cura: l’effetto “doppio lavoro”
La nascita dei figli segna uno spartiacque: dopo l’arrivo dei bambini, meno di una madre su tre riesce a mantenere il tempo pieno, mentre l’85% dei padri continua come prima.
Due terzi delle donne vedono diminuire il proprio reddito, e quasi la metà dichiara un rallentamento della carriera. Nessun padre intervistato ha invece interrotto l’attività.
La maternità continua ad avere un prezzo altissimo per le donne avvocato mentre il modello tradizionale del “padre-breadwinner” resta ancora forte anche nelle professioni più qualificate.

Più stress e meno riconoscimento
Oltre il 60% degli intervistati lamenta difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata. Tra le avvocate, la percentuale sale al 76%, con molte che segnalano stress, scarsa considerazione economica e diffidenza dei clienti.
Una su quattro ammette di aver pensato spesso di abbandonare la professione, attratta da lavori più stabili e meglio tutelati nel settore pubblico.

Cambiare rotta: le proposte
“La nostra professione tutela i diritti, ma dentro di sé non è ancora del tutto equa”, sottolinea l’avvocata Silvia Basile, presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli avvocati di Bolzano. “Lavorare per la parità non è solo un obiettivo delle donne, ma una responsabilità comune per la qualità e il futuro dell’avvocatura.”
Sicuramente l’impegno, lungo e in salita da portare avanti, è quello di sollecitare un cambio culturale. Nel mentre ci sono alcune proposte avanzate dal Comitato che possono essere realizzate nel breve-medio periodo. “Sappiamo che uno degli aspetti che da sempre penalizza le professioniste è quello della difficoltà a crearsi una rete e acquisire clientela, questo perché da sempre le donne, sulle quali pesano di più i carichi familiari, fanno fatica a ritagliarsi il tempo da dedicare al networking – spiega Silvia Basile. – Partendo da questo quindi una misura concreta che aiuterebbe da subito le professioniste ad avere più tempo è quella del congedo parentale paritario non trasferibile e obbligatorio per il padre e la madre. Una misura che aiuterebbe senz’altro a favorire l’occupazione femminile e redistribuire il carico di cura dentro le famiglie.” Poi c’è il tema del linguaggio. “Oggi ancora troppe professioniste preferiscono presentarsi come avvocato, al maschile, per paura di essere percepite meno professionali dei colleghi, ma ciò non fa che alimentare gli stereotipi di genere – commenta Basile. – Presentarsi come ‘avvocata’ invece significa affermare che anche le donne possono esercitare la professione forense ed essere un modello. Proprio in riferimento al linguaggio come Comitato Pari Opportunità stiamo lavorando a un protocollo su esempio di quanto fatto presso il Tribunale di Padova dove sono state adottate le linee guida per promuovere un uso del linguaggio giuridico inclusivo e rispettoso dell’identità di genere. Si tratta di un passo in avanti verso una comunicazione più attenta”. Tra i progetti a breve termine la presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bolzano Silvia Basile cita infine la realizzazione di un baby pitstop all’interno del Tribunale di Bolzano. “Mettere a disposizione uno spazio allestito per accogliere le famiglie permetterà di favorire la conciliazione tra genitorialità e lavoro, istituendo un servizio per tutta l’utenza.”

Herstory

Amalia Fleischer prima donna iscritta all'Albo degli Avvocati di Bolzano

// Alessandra Spada | Frauenarchiv //
Amalia Fleischer nel corso della sua esistenza si è trovata di fronte a molti ostacoli che ha affrontato con forza e tenacia e ha subito una doppia discriminazione: la prima in quanto donna avvocata e la seconda in quanto ebrea, come dimostra la sua biografia.
Amalia Maria Fleischer nacque il 7 agosto del 1885 a Vienna da genitori entrambi ebrei: Berthold, ebreo austriaco e Anna Michalup, ebrea di Fiume. Amalia si trasferì a Merano, seguendo il padre, quando il Sudtirolo si trovava ancora sotto l'impero asburgico. In Sudtirolo Amalia trascorse gli anni della Prima guerra mondiale e il 27 marzo 1917 si fece battezzare secondo il rito cattolico nella parrocchia di Maia Bassa a Merano. In quegli anni stava compiendo gli studi universitari a Innsbruck dove si laureò in filosofia. Forse i suoi interessi erano già rivolti al "diritto", ma in Austria la facoltà di giurisprudenza era ancora preclusa alle donne che poterono accedervi solo nel 1919. Amalia decise allora di iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza a Innsbruck e si trasferì poi all'università “La Sapienza” di Roma, dove terminò gli studi e si laureò il 14 dicembre 1923. Negli anni degli studi romani Amalia chiese e ottenne il 1 giugno 1923 la cittadinanza italiana.

Nel marzo 1925, tornata in Alto Adige, iniziò l'attività di praticante procuratore, ma il suo percorso fu irto di ostacoli a partire dalla richiesta di iscrizione all'albo come “praticante avvocato”. La richiesta venne infatti accolta con stupore dai componenti dell’Ordine degli avvocati bolzanino, i quali, non sapendo come comportarsi davanti alla richiesta di iscrizione di una donna, sospesero la decisione e scrissero al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma e a quello di Trieste chiedendo espressamente se “una dottoressa laureata in giurisprudenza possa essere ammessa alla pratica avvocatile e anche iscritta in albo di avvocati e procuratori”. Entrambi gli ordini risposero affermativamente facendo riferimento alla legge Sacchi del 1919 che aveva abolito l'autorizzazione maritale e concesso alle donne l'accesso alle professioni, fra cui l'avvocatura. Dopo alcuni anni di praticantato presso vari studi legali di Bolzano, Merano e Roma, il 22 dicembre 1928 Amalia Fleischer venne iscritta all'albo dei procuratori. Dovette poi attendere oltre sei anni per vedersi riconosciuto il diritto di iscrizione all'albo degli avvocati, avvenuto il 5 luglio 1935, dopo un complesso iter burocratico e con una domanda precedentemente respinta senza chiara motivazione. Amalia Fleischer divenne così la prima avvocata in Sudtirolo.

Va notato che, dopo la sua iscrizione all'albo degli avvocati, nel fascicolo di Amalia Fleischer, conservato presso l'Ordine degli avvocati di Bolzano, non c'è alcun documento che dimostri l'esercizio da parte sua della professione di avvocata. Alla fine del 1935 Amalia era a Roma e nel 1937 insegnava lingue a Littoria (attuale Latina) e poi a Gaeta. Possiamo ipotizzare che per un'avvocata non fosse facile trovare clienti e che allora Amalia avesse deciso di fare l'insegnante di lingue, considerato che oltre al tedesco e all'italiano, parlava anche l'inglese e il francese. In occasione di un convegno a Roma, incontrò la dottoressa Giovanna Canuti, preside dell’istituto magistrale Santa Chiara di Faenza. Su suo invito nel 1938 si trasferì a Faenza dove andò a vivere nel monastero di Santa Chiara continuando a insegnare lingue, ma in forma molto riservata, poiché le leggi razziali del 1938 avevano escluso tutti i cosiddetti “appartenenti alla razza ebraica” dall’insegnamento.

Vittima della macchina burocratica della persecuzione degli ebrei messa in atto dal regime fascista, il 10 febbraio 1939 Amalia Fleischer presentò denuncia di appartenenza alla razza ebraica al Comune di Faenza e il 15 novembre 1939 il Direttorio del Sindacato degli Avvocati e Procuratori di Bolzano deliberò la sua cancellazione dall'albo degli Avvocati e dei Procuratori del Foro di Bolzano. Il 4 dicembre 1943 Amalia Fleischer venne arrestata in quanto ebrea, detenuta prima a Ravenna, poi condotta a Milano e infine deportata a Auschwitz il 6 febbraio del 1944 dove si perdono le sue tracce.

Il 10 ottobre 2025 Bolzano ha voluto renderle omaggio con un evento pubblico che si è concluso con l'atto di reiscrizione simbolica riparatoria all'Ordine degli Avvocati di Bolzano su proposta dell'avvocata Silvia Basile.

Alessandra Spada, è presidente del Frauenarchiv/Archivio storico delle donne di Bolzano. Ha insegnato per oltre 40 anni italiano L2 nelle scuole di lingua tedesca del Sudtirolo, attualmente in pensione. È autrice di saggi e testi sulla storia dell'Alto Adige con particolare focus sulla storia delle donne.