Herstory

L’impurità rituale delle donne

// Alessandra Spada | Frauenarchiv //
Le mestruazioni sono state a lungo considerate un tabù, tanto da essere sostituite anche nel linguaggio quotidiano con degli eufemismi. Questa visione nasce da antiche credenze, diffuse in molte civiltà, che consideravano il corpo femminile “impuro” durante il ciclo mestruale, attribuendogli persino effetti negativi sulla natura e sulle persone.
© Felicity Lynn - unsplash
“Ho le mie cose”, “ho il marchese”, “sono indisposta” sono espressioni che in passato le donne comunemente usavano per indicare le “mestruazioni”, poiché solo nominare tale termine provocava un velo di vergogna e un senso di imbarazzo in chi lo pronunciava. Un atteggiamento, quest'ultimo, che affonda le sue radici in un passato in cui società patriarcali e religiose hanno etichettato per secoli il corpo femminile come “impuro” durante il ciclo mestruale, trasformando così un fenomeno naturalissimo in qualcosa di impronunciabile, in un tabù che persiste ancora oggi.

Nei secoli pre-cristiani il tabù nei confronti delle mestruazioni era comune a molte civiltà antiche nelle quali non solo veniva considerato “impuro” il corpo della donna mestruata, ma si riteneva che l'impurità venisse trasmessa a chi entrava in contatto con lei. Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale metteva sull'avviso che “in seguito al contatto con una donna in questo stato, il mosto inacidisce, i semi diventano sterili, gli alberi appassiscono, quelli da frutto si seccano e i loro frutti cadono solo che essa si sieda sotto.”
La retorica contro la presunta impurità mestruale delle donne è ripresa anche da teologi nel Medio Evo. Il canonista Paucapalea, faceva presente che: “Alle donne non è permesso visitare la chiesa durante le mestruazioni o dopo la nascita di un figlio. […] Attraverso il contatto col suo sangue i frutti non matureranno. […] Il ferro arrugginisce e l'aria diventa scura. Quando i cani lo assaggiano, diventano rabbiosi.”

Ancora alla fine del XVIII secolo il tabù del ciclo mestruale continuava ad essere teorizzato da scienziati e studiosi. Mantegazza affermava che “nell'epoca delle mestruazioni la donna è inadatta al lavoro fisico e psichico, irascibile, mentitrice”.

Secondo Cesare Lombroso, padre della moderna criminologia e autore del saggio La donna delinquente, la prostituta e la donna normale (1893), le mestruazioni potevano portare ad impulsi verso la cleptomania, la piromania, il furto, l’omicidio, il suicidio. Ancora nel 1945 uno studio rilevò che l’84% dei crimini violenti commessi dalle donne avvenivano durante il periodo premestruale e mestruale.

Segni di discriminazione ed esclusione della donna basati sul “pregiudizio” delle mestruazioni arrivano dunque fino al XX secolo e sono purtroppo ben ancorati nella mentalità maschilista se perfino alcuni membri dell’Assemblea costituente (1946) utilizzarono la fisiologia della donna come argomento per motivare la sua esclusione dalla magistratura.

Con il fardello di questa mentalità secolare che ha demonizzato il mestruo non c’è da stupirsi se ancora oggi a volte sopravvivono retaggi di questo tabù.
Alessandra Spada, è presidente del Frauenarchiv/Archivio storico delle donne di Bolzano. Ha insegnato per oltre 40 anni italiano L2 nelle scuole di lingua tedesca del Sudtirolo, attualmente in pensione. È autrice di saggi e testi sulla storia dell'Alto Adige con particolare focus sulla storia delle donne.

ëres web

Das Internet als Tatort

// Jenny Cazzola | Centaurus //
Digitale Gewalt ist gerade in aller Munde und auf allen Bildschirmen. Doch was genau steckt hinter dem Begriff? Zwei Rechtsanwälte erklären es.
Digitale Gewalt ist gerade das große Thema. Es treibt vor allem Frauen um, denn sie werden besonders häufig Opfer. „Frauen werden online oft dort angegriffen, wo es um ihre Rolle, ihren Körper und ihre Sexualität geht – digitale Gewalt knüpft an alte Muster von Kontrolle und Machtausübung an. Ein Ex-Partner, der nach der Trennung mit Nachrichten, Drohungen oder der Ankündigung von Bildveröffentlichungen ‘nachsetzt’, nutzt das Internet einfach als neuen Tatort. Dazu kommt: Frauen, die öffentlich sichtbar sind – etwa Journalistinnen, Aktivistinnen oder Politikerinnen – bekommen über soziale Medien besonders viel Hass und sexualisierte Beschimpfungen ab”, erklärt Thomas Schnitzer. Er ist Rechtsanwalt für Zivil- und Strafrecht in Meran und auf Internetrecht spezialisiert.
Digitale Gewalt ist ein Überbegriff für verschiedene Straftaten
„Rechtlich gibt es in Italien keinen einzigen Paragraphen ‚digitale Gewalt‘, sondern verschiedene Straftaten, die online begangen werden: z.B. Stalking, Beleidigungen, Drohungen, ‚Revenge Porn‘ oder Deepfakes. Digitale Gewalt liegt vor, wenn jemand über Handy, soziale Netzwerke oder andere Onlinedienste systematisch Angst macht, kontrolliert, bloßstellt oder intime Grenzen überschreitet“, ordnet Schnitzer die rechtliche Lage ein. Außerdem hat „Italien in den vergangenen Jahren die Gesetze deutlich verschärft: Es gibt eigene Straftatbestände für Stalking, für die unrechtmäßige Verbreitung intimer Bilder und seit 2025 auch für Deepfakes. Wer intime Fotos oder Videos ohne Einwilligung verbreitet, riskiert Freiheitsstrafe und hohe Geldstrafen; wenn die Tat Teil von Gewalt gegen Frauen ist, werden die Strafen noch einmal erhöht. Auch wer mit KI manipulierte Bilder oder Videos (z.B. pornografische Deepfakes) einer Frau verbreitet und ihr damit schadet, macht sich strafbar.“
Rechtsanwalt Thomas Schnitzer © Federica Gaioni
Opfer brauchen Eigeninitiative
„Personen, die Opfer von digitaler Gewalt werden, können sich an die Polizeibehörden wenden“, erklärt Markus Engl. Er ist ebenfalls Rechtsanwalt. „In erster Linie ist die Postpolizei zuständig. Gegen digitale Gewalt kann Anzeige erstattet werden. Wenn Inhalte veröffentlicht wurden, kann sich ein Opfer parallel dazu selbst darum kümmern, dass diese gelöscht werden. Außerdem kann das Opfer selbst zivilrechtliche Schritte einleiten, wie eine Schadensersatz- oder Unterlassungsklage.“ Doch gerade Letzteres ist häufig auch mit Aufwand und hohen Kosten verbunden.
Trotzdem ist eine Anzeige wichtig. „Sonst ist es für Polizei- und Gerichtsbehörden schwierig, tätig zu werden. Digitale Gewalt ist ein extrem breites Phänomen und es ist unmöglich, das Internet flächendeckend zu überwachen“, so Engl.
Rechtsanwalt Markus Engl © Alfred Tschager