Tabù

La dimensione femminile dei tabù

// Linda Albanese //
Il corpo e la dimensione femminili, ancora una volta, restano centrali. Perché molte delle nuove e vecchie forme di tabù continuano a colpire soprattutto le donne.
Donata Columbro © Pasqualini, Musacchio/MUSA – Paola Bertotti © privata
Il giudizio sulle donne oggi attraversa il corpo, la libertà, la maternità (scelta o non scelta), la sessualità, la carriera e, soprattutto, la violenza. Se da un lato le giovani donne sembrano vivere con maggiore consapevolezza e autonomia alcuni temi un tempo indicibili, dall’altro persistono silenzi profondi alimentati da stereotipi e cultura patriarcale. Un intreccio che emerge sia dal contributo di una giornalista e data humanizer che si occupa del femminismo dei dati, analizzando come numeri, linguaggio e rappresentazione continuino a raccontare le disuguaglianze di genere, sia dall’esperienza clinica di una psicologa e psicoterapeuta impegnata anche in un centro antiviolenza.
Donata Columbro, giornalista e data humanizer, il suo ultimo libro edito da Feltinelli s’intitola “Perché contare i femminicidi non è un esercizio di precisione statistica, ma un atto politico”.
C'è una differenza tra ciò che non si può dire e ciò che non si riesce a vedere. Il primo tipo di tabù ha una storia lunga, fatta di censure, convenzioni, poteri che definiscono il confine del dicibile. Il secondo è più recente, soprattutto il dibattito che lo riguarda: è il tabù incorporato negli strumenti con cui descriviamo il mondo e che ci sembrano oggettivi: nei dataset, negli algoritmi, nelle risposte dei modelli linguistici di intelligenza artificiale. Nelle società contemporanee, dove l'autorità di definire il dicibile è frammentata e contesa, i meccanismi di esclusione si sono spostati in gran parte sul piano della misura. L'invisibilità prodotta dalla mancanza di dati è più difficile da contestare di un divieto dichiarato, proprio perché si presenta come assenza neutrale, come lacuna tecnica e limite invalicabile della misurazione. E non resta più nessuno a cui attribuire la responsabilità. Prendiamo la violenza di genere. Sappiamo contare le denunce, gli accessi al pronto soccorso, e in parte, i femminicidi e la violenza domestica. Ma facciamo ancora molta fatica a rappresentare l'esperienza delle donne disabili, migranti, razzializzate, che incontrano ostacoli nell'accesso alla protezione e spesso restano fuori dalle statistiche ufficiali. In molti contesti, per anni, il femminicidio non era una categoria riconosciuta: i casi venivano registrati in modo frammentato, dispersi tra archivi diversi, classificati con criteri che non permettevano di vedere il fenomeno nella sua dimensione strutturale. Sono state giornaliste, ricercatrici e associazioni femministe a ricostruire ogni caso, con l’aiuto delle famiglie, incrociando fonti eterogenee, rendendo visibile ciò che i sistemi istituzionali non riuscivano o non volevano vedere. Questo lavoro ha valore non solo perché colma un gap ma perché mette in discussione le categorie con cui lo Stato definisce e classifica la realtà.
Chi ha il potere di determinare i tabù, oggi, ha soprattutto il potere di definire cosa vale la pena contare. Ogni dataset è il risultato di scelte: cosa misurare, come farlo, con quali risorse, a partire da quale punto di vista. Quando non ci facciamo queste domande, tendiamo ad accettare i numeri come se fossero una fotografia della realtà, mentre sono sempre una rappresentazione parziale, costruita da chi ha avuto accesso agli strumenti della misurazione.
Paola Bertotti, psicologa e psicoterapeuta, operatrice del Centro Antiviolenza di Trento.
Dal mio lavoro noto che, tra le giovani, i tabù diminuiscono quando in famiglia esistono ascolto, dialogo e assenza di giudizio. Se ragazze, e ragazzi, si sentono accolti, allora non provano vergogna e possono parlare liberamente anche di sesso, orientamento sessuale o relazioni. Le giovani donne che incontro oggi vivono con maggiore libertà il rapporto con il proprio corpo: non nascondono più un assorbente andando in bagno a scuola e dichiarano serenamente di non desiderare figli o di stare bene senza un compagno. Sono conquiste importanti. Allo stesso tempo, però, i social mostrano l’altra faccia della medaglia: accanto alla body positivity, che rompe i tabù mostrando corpi reali, esiste il body shaming, che continua a imporre giudizio e vergogna. I social sono il luogo in cui questo conflitto è più evidente, perché il corpo femminile è continuamente esposto, commentato e confrontato.

Quando però si entra nella sfera della violenza, tutto cambia. Nella mia esperienza al centro antiviolenza vedo giovani donne molto attente nel riconoscere i campanelli d’allarme: spesso segnalano relazioni tossiche vissute da amiche o episodi che percepiscono come sbagliati. Per le donne più adulte, invece, parlare di violenza è ancora molto difficile. Molte arrivano al centro dopo anni di abusi e isolamento imposto da mariti o compagni, che le allontanano da amiche e familiari fino a togliere loro il coraggio di chiedere aiuto. Dire “mi picchia” riferendosi magari a un professionista stimato, amico di tutti, resta ancora oggi un tabù. Perché la violenza sulle donne, nella nostra società, è ancora circondata da una cultura patriarcale che troppo spesso tende a giustificare chi la compie.

Il superamento dei tabù legati al genere passa anche attraverso il rapporto con il denaro, tema che per molte donne è stato a lungo considerato “non proprio”, delegato ad altri o vissuto con senso di inadeguatezza. Fondamentali sono tutti quei progetti che promuovono percorsi di educazione finanziaria rivolti a bambine, ragazze e donne adulte, con l’obiettivo di rafforzare autonomia, consapevolezza economica e capacità decisionale. Parlare di denaro, investimenti, previdenza e indipendenza economica significa infatti rompere uno dei tabù culturali più radicati, che ancora oggi contribuisce ad alimentare disuguaglianze e forme di dipendenza, anche all’interno delle relazioni affettive. L’educazione finanziaria diventa così uno strumento concreto di libertà, autodeterminazione e prevenzione della violenza economica, capace di incidere non solo sul benessere individuale ma anche su un cambiamento culturale più ampio.

roh&ungeschält

Willkommen in Absurdistan

// Marlene Erschbamer //
Willkommen in Absurdistan, dem Land, in dem Armut, Ängste, Depressionen, Verluste und die Tatsache, dass wir alle irgendwann sterben müssen, galant weggelächelt werden. Tabu! Aber wehe, es geht um den Körper anderer Menschen – dann versinkt der moralische Kompass in den Tiefen des gesellschaftlichen Morasts. Über sie wird gelästert, sie werden beurteilt, betatscht, begrapscht und gedemütigt. Und so wird jeglicher Anstand urplötzlich zu einem erschreckend dehnbaren Begriff.

Es ist eine bizarre Doppelmoral: Wir stülpen eine „Alles tiptop“–Maske über und schweigen über psychische Krisen. Gleichzeitig ist es erschreckend einfach, die körperlichen Grenzen anderer Menschen zu überschreiten. So scheint es beispielsweise legitim zu sein, einer Schwangeren ungefragt an den Bauch zu fassen. Es wirkt, als würde der weibliche Körper mit der Sichtbarwerdung einer freudigen Erwartung seine Selbstbestimmung einbüßen. Ob neugierige Verwandtschaft oder wildfremde Passanten: Der Anblick einer Schwangeren lässt immer wieder die kognitiven Fähigkeiten aussetzen und übt zugleich eine magische Anziehungskraft auf Hände aus. So wird eine Schwangere schnell zum kostenlosen Streichelzoo.

Dies ist jedoch nicht die einzige Situation, in der Frauen von übergriffigen Händen überrascht werden. Jede Wölbung scheint als willkommenes Angriffsobjekt zu dienen. Da wäre etwa der Po-Grapscher, mit dem ein Mann einer Frau doch nur ein Kompliment machen will, wie mir erklärt wurde. Genau! Frauen können sich wirklich kein schöneres Kompliment vorstellen, als ungefragt eine Hand an ihrem Allerwertesten zu spüren.

Nicht zu vergessen ist der völlig zufällige und absolut unkalkulierte Abrutscher, wenn ein Mann einer Frau im Gespräch eigentlich nur den Arm berühren will und plötzlich auf ihrem Busen landet. „Oh, das habe ich gar nicht mitbekommen!“ – Interessant! Demnach haben Männer eine so dicke Lederhaut an den Händen und Augen, dass sie den Unterschied zwischen Arm und Busen weder spüren noch sehen können. Oder ist es feinmotorisch einfach nicht abschätzbar, wo eine Hand landet?

Mir erscheint der Frauenkörper ohnehin wie eine öffentliche Immobilie: ein Objekt, das jeder besichtigen, bewerten und dessen Substanz ungefragt prüfen darf. Psychische Nöte hingegen werden wie ein peinliches Familiengeheimnis im Keller versteckt. Es ist schon absurd: Wir schämen uns für unsere Gefühle, aber offenbar nicht für ungewaschene Finger an den Grenzen anderer Menschen. Was sollte nun tabu sein? Willkommen in Absurdistan!