Tabù
Tabù: storia di una parola inquieta
// Linda Albanese //
Dal sacro polinesiano ai divieti invisibili della contemporaneità.
La parola tabù arriva da lontano. Prima ancora di diventare una categoria psicologica, sociale o politica, era una parola concreta, legata al corpo, al sacro e alla paura del contatto. Il termine deriva dal polinesiano tapu, trasformato dagli inglesi in taboo dopo i viaggi del capitano James Cook nel Settecento. Significava contemporaneamente “proibito”, “sacro”, “separato”, ma anche “contaminato”. Una doppia natura che ancora oggi sopravvive nei nostri tabù contemporanei: ciò che attrae e respinge insieme, ciò che non si dovrebbe nominare ma che continua a ossessionarci.
Secondo il vocabolario della Treccani, il termine tabù indica “cosa, azione, argomento che non si deve e non si può toccare, fare, trattare”. In senso più ampio: “interdizione o divieto” legato a motivi sociali, morali, simbolici. Ma culturalmente il tabù ha sempre avuto una funzione più profonda: ordinare la società, stabilire confini, definire ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è accettabile e ciò che deve restare nascosto.
Secondo il vocabolario della Treccani, il termine tabù indica “cosa, azione, argomento che non si deve e non si può toccare, fare, trattare”. In senso più ampio: “interdizione o divieto” legato a motivi sociali, morali, simbolici. Ma culturalmente il tabù ha sempre avuto una funzione più profonda: ordinare la società, stabilire confini, definire ciò che è puro e ciò che è impuro, ciò che è accettabile e ciò che deve restare nascosto.
Paura della fertilità
Non a caso, nella storia dei tabù, il corpo femminile occupa un posto centrale. Soprattutto il sangue mestruale. Per secoli, in moltissime culture, le mestruazioni sono state considerate una forma di contaminazione. Ma il punto interessante è che il sangue mestruale non veniva visto solo come “sporco”. Era anche potente. Ambivalente. Capace di generare vita e, proprio per questo, percepito come qualcosa da controllare. In molte culture il tabù mestruale nasceva dalla paura del potere generativo femminile: ciò che dà la vita può anche sottrarla, ciò che crea può destabilizzare.
Nuove forme di censura sociale
Oggi la definizione dei tabù è più frammentata e dinamica. Non esiste più un’unica autorità dominante: i tabù si formano attraverso il dibattito pubblico, i social media, i movimenti sociali, la politica, i media digitali e le comunità online. Questo rende il confine tra “dicibile” e “indicibile” molto più fluido. Passano attraverso linguaggi più sottili: vergogna, ironia, imbarazzo sociale, paura dell’esposizione. Continuano a indicarci cosa può essere mostrato e cosa no. E allora il tabù, oggi, non è solo ciò che non si può dire. È anche ciò che si può dire, ma solo a certe condizioni: nel modo giusto, con le parole giuste, senza disturbare troppo l’ordine simbolico delle cose.
