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Il privilegio della dipendenza
// Cristina Pelagatti | Centaurus //
Dietro l’estetica della tradizione, una narrazione contemporanea che trasforma la dipendenza economica in scelta e il privilegio in libertà.

© David Todd McCarty - unsplash
Pane impastato all’alba, abiti da “La casa nella prateria”, tanti bambini biondi e sorridenti, pance esibite come simboli: l’estetica è nostalgica, ma il fenomeno è attualissimo. Sono le tradwives, donne che rivendicano un ruolo domestico, la cura dei figli e la sottomissione al marito (spesso anche a Dio), trasformate dai social, con l’hashtag #tradwives, in un prodotto culturale perfettamente monetizzabile. Figure come Hannah Neeleman, Ivy Lauren o Estee Williams incarnano questo immaginario: vite curate nei dettagli, tra fattorie, maternità e contenuti sponsorizzati. Ma perché questa narrazione funziona così bene? Perché non parla davvero di passato: vende un’idea di futuro. Un rifugio ordinato dentro un mondo instabile. In un’epoca segnata da precarietà, burnout e disuguaglianze, la promessa di una vita semplice e regolata da ruoli chiari è potente. Non è nostalgia: è desiderio di controllo. Ed è qui che si incrina il concetto di “libertà di scelta” rivendicato dalle tradwives. Scegliere di non lavorare non è mai neutro: richiede risorse, stabilità economica, una rete di supporto e spesso anche una posizione sociale privilegiata. Non a caso, l’immaginario dominante è bianco, occidentale, standardizzato. Il paradosso è evidente: molte tradwives lavorano eccome. Producono contenuti, costruiscono brand, generano reddito. Ma questo lavoro viene narrato come naturale estensione della loro vocazione domestica, quindi invisibilizzato. Non è piena emancipazione, ma nemmeno semplice rinuncia: è una zona grigia in cui il lavoro femminile torna nella sfera privata, sottratto a riconoscimento e diritti. La vera domanda non è se siano anti-femministe, ma quale idea di libertà stiamo accettando. Se la libertà diventa il diritto di scegliere anche la dipendenza economica senza interrogarne le condizioni, rischia di perdere significato politico. Il punto non è giudicare queste donne, ma evitare semplificazioni. Difendere la libertà sì, ma ricordando che senza autonomia economica resta fragile. Perché alcune possono scegliere di restare, altre no. E chiamarle entrambe “scelte” è già una posizione. La libertà non è scegliere di dipendere. È poter smettere, senza pagarne il prezzo. Se vale solo per chi può permettersela, non è libertà: è privilegio raccontato bene.

